I FANTASMI DI PRIPYAT

I palloni da basket sono grandi come mele. Grigie e blu. Non é chiaro se siano così solo per il fatto che sono rimasti nella palestra di Pripyat per ventiquattro anni senza che nessuno li toccasse più o c’entri in qualche modo la radioattività. Maxim Krygin di Chernobylinterinform ci assicura che si tratta solo del tempo. Sarà. Ci fidiamo di lui. Siamo nella città fantasma a due km dal reattore numero quattro in cui si verificò l’incidente nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986. Era l’una, 23 minuti e 44 secondi e nella gigantesca esplosione venne liberata radioattività cento volte maggiore rispetto a quella delle bombe americane su Hiroshima e Nagasaki nel 1945.

Pripyat fu evacuata trentasei ore dopo: quarantacinquemila persone caricate di forza su centinaia di bus e via. Altre 130 mila dovettero lasciare le proprie case in un raggio di 30 km nei giorni successivi. Da allora qui non ci arriva più nessuno, se non qualche turista in cerca di forti emozioni.

Chernobyl è ancora il simbolo di quanto può essere disastroso e tragico il nucleare, ma è anche il sinonimo di una nuova forma di turismo avventuroso ed estremo, non solo perché alla fine dello scorso anno Forbes l’ha messo in testa ai luoghi più esotici per trascorrere una vacanza. Da ormai quasi sette anni esistono operatori turistici che offrono una scampagnata dentro la zona proibita per poco più di cento dollari, tutto con la collaborazione dell’agenzia statale ucraina Chernobylinterinform che gestisce e regola tutto quello che succede nel perimetro a più alta contaminazione.

Entro il limite dei dieci km, ci dicono, non ci si può fermare a lungo. Si scende dalla macchina o dal pullman, un paio di foto ricordo davanti all’inquietante sarcofago e un giro nella spettrale Pripyat. Con l’accorgimento di scuotersi bene le scarpe quando si risale, perché – raccomanda sempre il ligio Krigyn – non è opportuno riportarsi a casa un po’ di terriccio radioattivo.

La realtà è che oggi in Ucraina i km2 di suolo ancora contaminati sono oltre cinquantamila e in queste zone, a nord della capitale Kiev e al confine con la Bielorussia, ci vivono oltre due milioni di persone. Non si tratta quindi solo delle tremila che ogni giorno lavorano all’interno dell’area dei trenta km e alla sera se ne ritornano obbligatoriamente al di fuori della zona o dei settemila turisti d’assalto che solo nel 2009 hanno provato il brivido del bizzarro tour a Chernobyl. Intere regioni ucraine convivono con un livello radioattivo al di sopra della norma.

E lo stesso dicasi per la Russia e ovviamente per la Bielorussia, dove il 23 per cento del territorio (una superficie pari a quella della Svizzera) è contaminato e lo rimarrà per non si sa quanti decenni. Cosa che non ha impedito al presidente Alexander Lukashenko di annunciare oltre un anno fa la costruzione di ben due centrali, le prime nel Paese. In Russia ovviamente di centrali ce ne sono attive già trentuno, più cinque nuove in programma e in Ucraina ne funzionano ora quindici, tre arriveranno.

Il nuovo capo di stato Victor Yanukovich, che è saltato sulla barca russa per non far annegare il paese nei debiti del gas e due settimane fa ha portato in dono a Obama la promessa di eliminare le scorte di uranio arricchito, è convinto che il nucleare appartiene in ogni caso al futuro. Nel giorno dell’anniversario di Chernobyl ha dichiarato che proprio per il fatto che „l’Ucraina ha conosciuto e capito per prima i pericoli dell’uso civile del nucleare, ha rinunciato volontariamente all’uso delle armi atomiche“. Il riferimento ovviamente agli accordi di disarmo che con la dissoluzione dell’Urss nel 1991 fecero dell’Ucraina un paese senza arsenali.

Ma sul civile Kiev va avanti, non si preoccupa troppo del tragico passato e guarda sempre più a Mosca per quanto riguarda la cooperazione nel settore. Il Cremlino ha intenzione di finanziare completamente la costruzione di due nuovi blocchi nell’impianto di Khmelnitsky per circa cinque miliardi di dollari, almeno da quanto emerso dopo il recente incontro tra il primo ministro ucraino Mykola Azarov e Vladimir Putin.

Il premier russo – che durante il suo vorticoso tour degli ultimi tre giorni è passato prima da Vienna per la firma austriaca su Southstream, poi da Villa Gernetto per la tendere la mano a Berlusconi proprio sul nucleare e infine nella capitale ucraina – non ha perso l’occasione per mostrare ovunque quanto sia fondamentale la cooperazione energetica nell’agenda di Mosca sia che si tratti di gas o di atomo.

In Ucraina, però, non tutti sono d’accordo con l’ottimismo del partner preferito da Yanukovich. Non tanto a livello politico, quanto tra la gente. L’ultima inchiesta dell’Istituto Gorshenin ha segnalato che oltre l’80 per cento della popolazione ritiene la centrale di Chernobyl ancora pericolosa e teme il verificarsi di nuovi incidenti, al contrario di quello che ripetono naturalmente tutti gli esperti.

Anche quelli di Chernobylinterinform, che con il sorriso sulle labbra accompagnano i turisti arditi – qualcuno pensa incoscienti – tra i fantasmi di quasi un quarto di secolo fa. Certo è che passare da queste parti, vedere i villaggi abbandonati intorno al reattore, i libri accatastati negli armadi della scuola ingrigita di Pripyat, le ciabatte spaiate nella vecchia piscina, i biglietti stropicciati del cinema che svolazzano portati da chissà dove da un’aria che verrebbe quasi in mente di non respirare, fanno comprendere meglio le percentuali bulgare (ucraine) di certi sondaggi, al di là delle parole rassicuranti degli addetti ai lavori.

(Pubblicato su Il Riformista)

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