STEINBRÜCK, LA SFIDA SOCIALISTA

Magari non resterà nulla di tutto questo entusiasmo che ora accompagna Peer Steinbrück alla fine del suo discorso di candidatura alla cancelleria, 105 minuti di fila passati a illustrare ai delegati del congresso di Hannover la strada da seguire per riconquistare la cancelleria. E magari Angela Merkel troverà il modo, ancora una volta, per prendergli le misure e neutralizzare gli attacchi più insidiosi della futura campagna elettorale socialdemocratica. Ma per il momento Steinbrück si gode la riconquista del suo partito, in piedi sul palco tinto di rosso, con il pugno roteante nell’aria, non come un vecchio compagno ma come un pilota di formula 1 che ha tagliato vittorioso il traguardo.

Ancora Hannover, una settimana dopo il congresso della Cdu che aveva regalato 8 minuti di applausi ritmati ad Angela Merkel. I delegati dell’Spd ci danno dentro, la soglia dell’applausometro è superata, uno sforzo di gomiti e palmi di mano a uso e consumo dei media presenti. Da qui partirà, il 20 gennaio, la maratona elettorale del 2013 che si concluderà il 22 settembre a Berlino e la rincorsa dei socialdemocratici alle roccaforti cristiano-democratiche: Bassa Sassonia prima, Baviera il 15 settembre, Bundestag e cancelleria una settimana dopo. Una corsa a ostacoli fra la crisi europea, l’economia che comincia a registrare segnali di cedimento anche in Germania e un quadro politico in evidente fibrillazione. Non sono tempi facili, neppure nell’isola felice del continente: il percorso è minato, si può saltare in aria a ogni passo, il risultato finale non è scontato.

Steinbrück doveva prima di tutto recuperare il sostegno pieno del proprio partito, dopo una falsa partenza segnata dalle polemiche per gli onorari extra parlamentari che ne hanno fatto uno dei Paperoni della politica tedesca: parcelle sontuose per interventi ai convegni di banche e aziende, pubbliche e private. Niente di male e nessuna frode al fisco, ma l’immagine di un candidato ricco faceva storcere il naso ai militanti. Lui ce l’ha messa tutta, riuscendo a dire più di qualcosa di sinistra, addirittura a fare tutto un discorso di sinistra, tenendo insieme Willy Brandt e Gerhard Schröder, l’Spd solidale e quella modernista, il cuore e la ragione. Un programma di attacco contro la crisi europea che non mette da parte le necessità del rigore di bilancio ma sposta il peso degli sforzi dal ceto medio impoverito alle classi più abbienti, che in Germania non mancano. Nessuna promessa illusionista di riduzione delle tasse, semmai il contrario: aumento per le aliquote d’imposta più alte, per quelle sul reddito da capitale e di successione, introduzione della patrimoniale e di una tassa sulle transazioni finanziarie, riforma dell’imposta sul reddito delle famiglie per adeguarla ai cambiamenti degli stili di vita odierni.

Soldi necessari a salvaguardare la pace sociale, minacciata dall’aumento della forbice fra ricchi e poveri e dal peggioramento della condizione della classe media, la spina dorsale della società tedesca. Soldi che Steinbrück promette di impegnare innanzitutto nell’istruzione, il volano della crescita tedesca legata alla qualificazione dei suoi studenti, poi nei comuni, impegnati sul fronte dei servizi ai cittadini, nelle infrastrutture e nel pareggio di bilancio «perché i figli non debbano pagare gli interessi dei debiti contratti dai genitori». Un riequilibro generale della ricchezza tedesca attraverso il quale garantire che l’intero edificio poggi ancora su basi solide: «Un Paese è come un palazzo, nel quale chi vive ai piani alti ha tutto l’interesse a che la vita sia serena anche per quelli che vivono in mezzo e nelle cantine. Altrimenti il palazzo crolla e sotto le macerie ci finiscono tutti». Che in Germania sia possibile vincere una campagna elettorale prospettando un aumento delle tasse, la dice lunga sul livello del dibattito pubblico.

Più ovvi gli attacchi ad Angela Merkel, alle sue politiche annunciate e mai attuate, alle grandi etichette affibbiate a progetti che il governo liberal-conservatore ha puntualmente lasciato sul tappeto: «L’anno delle decisioni, la svolta energetica, la Repubblica tedesca dell’istruzione, tutte bottiglie vuote frutto di una visione incerta e pericolosa per il Paese». Steinbrück ha provato a colpire il punto debole della sua avversaria, il magro bilancio di governo sul piano della politica e delle riforme interne, una stasi che la Germania rischia di pagare a caro prezzo nei prossimi anni. Ha evitato con cura il ruolo di Cassandra («Le Cassandre non sono mai molto amate e la Germania si trova in una posizione invidiabile rispetto ai suoi partner europei»), ma ha accusato con forza la mancanza di risultati del governo uscente: «Si vive di rendita sulle riforme fatte da Gerhard Schröder dieci anni fa ma oggi c’è bisogno di rimettere in moto il motore del Paese».

La strada del candidato socialdemocratico resta tutta in salita. Nei sondaggi che circolano settimanalmente, la cancelliera gode ancora di un vantaggio rassicurante, dovuto in gran parte alla gestione della crisi europea. Ma questa volta non potrà contare su una campagna elettorale morbida, come avvenne quattro anni fa, quando l’Spd veniva dall’esperienza comune della Grande Coalizione. Steinbrück è un avversario insidioso: competente in economia (fu ministro delle Finanze proprio nel primo governo Merkel), vicino al mondo industriale, ora anche attrezzato di un armamentario di proposte progressiste che dovrebbero assicurargli il sostegno del partito e dei sindacati. Nell’orizzonte elettorale tedesco c’è comunque un cambio di governo, perché la coalizione liberal-conservatrice non riuscirà a riconquistare la maggioranza. La domanda è se a Peer Steinbrück riuscirà il miracolo di portare questo cambiamento fino a una vittoria completa, liquidando così gli otto anni di era Merkel. L’uomo che ha guadagnato molti soldi con le parole, dovrà ora, con la stessa arte oratoria, guadagnarsi molti elettori.

(da Lettera43)