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		<title>BREZNEV MON AMOUR</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 16:27:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Leonid Brèžnev]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Sovietica]]></category>

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		<description><![CDATA[È Leonid Brèžnev il politico del Novecento più amato dai russi di oggi. In un sondaggio realizzato dall&#8217;autorevole Levada Center, il segretario del Pcus che governò l&#8217;Unione Sovietica dal 1964 al 1980 ha conquistato il consenso del 56% dei 1600 cittadini interpellati, superando tutti gli altri concorrenti. Tra questi anche il fondatore dei soviet, Vladimir Lenin, &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5545&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È Leonid Brèžnev il politico del Novecento più amato dai russi di oggi.</strong> In un sondaggio realizzato dall&#8217;autorevole Levada Center, il segretario del Pcus che governò l&#8217;Unione Sovietica dal 1964 al 1980 ha conquistato il consenso del 56% dei 1600 cittadini interpellati, superando tutti gli altri concorrenti. Tra questi anche il fondatore dei soviet, Vladimir Lenin, fermatosi al 55%, un punto sotto.</p>
<p><strong>Il sentimento di ostalgia dei russi è rimarcato anche</strong> dal sorprendente 50% ottenuto da Josef Stalin, al quale più che la politica del terrore scatenata durante il periodo delle purghe i russi di oggi probabilmente attribuiscono il successo nella seconda guerra mondiale contro i nazisti.</p>
<p><strong>Sorprende, nella Russia moderna del Ventunesimo secolo,</strong> la popolarità che ancora avvolge i vecchi leader dell&#8217;era sovietica, ben al di là dell&#8217;ovvia considerazione che la nostalgia addolcisca i ricordi meno piacevoli. Stupisce meno, ricordando la miseria economica e il disordine sociale dei primi anni post-sovietici, gli ultimi posti attribuiti a Boris Yeltsin (22%) e Michail Gorbačëv (21%), il protagonista della perestroijka che voleva riformare il socialismo reale ma finì col condurlo alla dissoluzione.</p>
<p><strong>Il vincitore, Leonid Brèžnev, governò il paese per 18 anni,</strong> fino alla morte avvenuta nel 1982. Successe a Nikita Chruščëv, del quale annullò la timida liberalizzazione post-stalinista ristabilendo le linee tradizionali della Guerra fredda. Nel 1968 spedì in Cecoslovacchia i carri armati del Patto di Varsavia per reprimere nel sangue la primavera di Praga, ma fu anche il responsabile dell&#8217;avvitamento economico dell&#8217;Urss che dagli anni Settanta iniziò il declino che portò al collasso all&#8217;inizio degli anni Novanta. Anche l&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan, nel 1979, contribuì a dare un colpo, forse decisivo, all&#8217;immagine di Mosca come seconda potenza globale del mondo bipolare. I russi di oggi, però, gli vogliono bene lo stesso.</p>
<br />Filed under: <a href='http://esreport.wordpress.com/category/russia/'>Russia</a> Tagged: <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/leonid-breznev/'>Leonid Brèžnev</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/unione-sovietica/'>Unione Sovietica</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5545&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>NIENTE AUSTERITY IN MITTELEUROPA</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 08:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Polonia]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica Ceca]]></category>
		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Eurocrisi]]></category>
		<category><![CDATA[Mitteleuropa]]></category>

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		<description><![CDATA[La crisi negli Stati meridionali dell&#8217;eurozona sta facendo sentire i suoi effetti negativi anche sulle esportazioni dei Paesi dell&#8217;Europa centrale, coinvolgendo nella spirale recessiva economie che apparivano fino a qualche tempo fa molto solide. E se la Germania riesce ancora a compensare il calo sui mercati continentali con le commesse da Cina, India e Brasile, &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5542&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La crisi negli Stati meridionali dell&#8217;eurozona sta facendo sentire</strong> i suoi effetti negativi anche sulle esportazioni dei Paesi dell&#8217;Europa centrale, coinvolgendo nella spirale recessiva economie che apparivano fino a qualche tempo fa molto solide. E se la Germania riesce ancora a compensare il calo sui mercati continentali con le commesse da Cina, India e Brasile, altri Paesi che gravitano nella stessa area cominciano a fare i conti con saldi in rosso. È il caso di Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria, economie transitate dai sistemi pianificati dell&#8217;era comunista a quelli più snelli dettati dal libero mercato.</p>
<p><strong>Ma visti i risultati poco esaltanti ottenuti altrove con le politiche di austerità,</strong> il Fondo monetario internazionale ha consigliato ai governi della Mitteleuropa di adottare nel breve periodo misure di stimolo all&#8217;economia piuttosto che impantanarsi in politiche restrittive di tagli pubblici. «Nella regione lo sviluppo della Repubblica Ceca si sta riducendo sempre più velocemente», ha scritto il <i>Wall Street Journal Deutschland</i>, «l&#8217;Ungheria rischia di ricadere in recessione e anche in Polonia, il più grande dei tre Paesi, l&#8217;economia ristagna dopo tre anni di crescita robusta e continua». La dipendenza dalle esportazioni nei Paesi dell&#8217;eurozona è per questi Stati vitale e, di fronte alla prospettiva di un periodo di rallentamento più lungo del previsto, è necessario adottare adeguate misure di contrasto.</p>
<p><strong>Massanori Yushida, responsabile dell&#8217;Fmi per la Repubblica Ceca,</strong> ha annunciato a Praga lunedì 20 maggio le direttive consigliate per i tre Paesi: «Le politiche pubbliche di breve periodo devono essere indirizzate al sostegno dell&#8217;economia, evitarndo di imporre ulteriori pesi». Più spesa da parte degli Stati per rilanciare l&#8217;attività economica e creare più posti di lavoro.</p>
<p><strong>Una ricetta opposta rispetto a quella che l&#8217;Unione Europea</strong> e lo stesso Fondo monetario internazionale hanno per anni imposto ai Paesi del sud e anche ad alcuni Stati dell&#8217;ex Europa orientale finiti da tempo nel vortice della recessione, come la Bulgaria e la stessa Ungheria. Ma diversa è anche la storia recente dei Paesi mitteleuropei. Dopo la caduta dei regimi comunisti, le economie dei Paesi in transizione si sono modellate assecondando i parametri del Trattato di Maastricht. La cura dimagrante della Polonia negli anni Novanta ha prodotto un modello di Stato leggero con un sistema fiscale non troppo invasivo: l&#8217;introduzione nella Costituzione del contenimento del debito pubblico al 60% del prodotto interno lordo ha consentito a Varsavia di presentarsi con le carte in regola ben prima del suo ingresso ufficiale nell&#8217;Unione Europea. Anche la Repubblica Ceca ha adottato un corso di morigeratezza nella spesa pubblica, mantenendo il debito pubblico al 46% del Pil. Solo l&#8217;Ungheria ha seguito una strada diversa, portando il suo debito pubblico a cifre doppie rispetto a quelle praghesi: la crisi finanziaria globale del 2008 costrinse Budapest a rifugiarsi sotto il cappello dell&#8217;Ue e dell&#8217;Fmi dopo aver perduto l&#8217;accesso ai mercati di capitali.</p>
<p><strong>Le politiche restrittive hanno negli ultimi tempi prodotto effetti diversi sulle tre economie:</strong> la Polonia ha registrato nel primo trimeste del 2013 una crescita assai modesta, in Repubblica ceca la situazione si è addirittura aggravata, mentre l&#8217;Ungheria è riuscita ad uscire almeno tecnicamente dalla lunga fase recessiva, tanto da decidere di rimandare al mittente (cioè a Bruxelles) le nuove misure di risparmio richieste. L&#8217;Ue pretende che la soglia di nuovi indebitamenti non superi il 3% del prodotto interno lordo, ma nella situazione di crisi molti Stati hanno già oltrepassato quel limite, finendo di fatto sotto la lente della Commissione.</p>
<p><strong>«Nonostante questo gli esperti dell&#8217;Fmi hanno consigliato</strong> al governo ceco di allentare la disciplina di risparmio», ha proseguito il quotidiano economico, «e di passare a una politica di spesa mirata alla crescita. E Varsavia dovrebbe valutare con attenzione l&#8217;opportunità di tornare a impegnare denaro pubblico per finanziare alcuni progetti specifici, specie nel settore delle infrastrutture». Solo in questo modo sarà possibile evitare che il calo delle esportazioni si rifletta in maniera più drammatica sull&#8217;economia e ridia fiato alla disoccupazione.</p>
<p><strong>«I due Paesi dovrebbero adottare una tendenza simile</strong> anche per la politica monetaria», ha concluso Yushida. La Banca centrale ceca ha da poco abbassato i tassi di interesse allo 0,05% e ha intenzione di mantenerli a questo livello per lungo tempo, pronta a intervenire a sostegno della corona ceca in caso di necessità. Varsavia invece intende non discostarsi troppo dall&#8217;attuale 3%, un valora basso per la Polonia ma ancora alto rispetto alla media dell&#8217;Unione Europea. Il governatore della Banca centrale polacca Marek Belka non seguirà tuttavia i consigli dell&#8217;Fmi su questo punto: a suo avviso, tassi di interesse vicini allo zero sarebbero improduttivi per il suo Paese, porterebbero forse a un boom congiunturale ma poi a un più lungo ciclo di crisi.</p>
<br />Filed under: <a href='http://esreport.wordpress.com/category/polonia/'>Polonia</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/category/repubblica-ceca/'>Repubblica Ceca</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/category/ungheria/'>Ungheria</a> Tagged: <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/economia/'>Economia</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/eurocrisi/'>Eurocrisi</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/mitteleuropa/'>Mitteleuropa</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5542&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>LA CONTESA SULLA CORTINA VERDE</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 17:26:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[1989]]></category>
		<category><![CDATA[European Green Belt]]></category>
		<category><![CDATA[Riunificazione tedesca]]></category>

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		<description><![CDATA[Questioni di confine. Nella Germania riunificata non è solo la vecchia frontiera interna a Berlino ad aver suscitato polemiche, con le manifestazioni contro la distruzione di uno degli ultimi resti del Muro all&#8217;altezza dell&#8217;East Side Gallery. Ora a dividere fronti contrapposti è anche il limes che per 41 anni ha separato la Germania Ovest dalla Germania &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5539&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Questioni di confine. Nella Germania riunificata non è solo</strong> la vecchia frontiera interna a Berlino ad aver suscitato polemiche, con le manifestazioni contro <i>la distruzione di uno degli ultimi resti del Muro all&#8217;altezza dell&#8217;East Side Gallery</i>. Ora a dividere fronti contrapposti è anche il limes che per 41 anni ha separato la Germania Ovest dalla Germania Est: una striscia lunga 1400 chilometri e larga fino a 5 chilometri, dal golfo di Lubecca sul Baltico al confine fra Baviera, Sassonia e Boemia, creata nel 1949 dopo la nascita dei due Stati tedeschi e scomparsa dalle mappe politiche solo nel 1990 con la caduta della Ddr.</p>
<p><strong>Oggetto della contesa è il progetto di tutela ambientale denominato <i>Grünes Band</i></strong> (Nastro verde), varato all&#8217;indomani della caduta del Muro di Berlino dall&#8217;Unione tedesca per la difesa dell&#8217;ambiente, il <em>Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland</em>, e il Land della Turingia, che prevedeva di realizzare una lunga striscia di riserva naturale laddove per quattro decenni filo spinato, torrette militari e strade pattugliate dai soldati di confine sorvegliavano la frontiera fra i due Stati tedeschi. Un piano che è parte di un&#8217;iniziativa ancora più ambiziosa, l&#8217;<em>European Green Belt</em>, varata nel 2004 sotto il cappello del <em>World Conservation Union</em>, e che dovrebbe trasformare in una strada verde verticale lunga 8500 chilometri la vecchia cortina di ferro che negli anni della Guerra fredda tagliava in due l&#8217;intera Europa, dal Mar Artico al Mar Nero, attraversando 24 Stati europei.</p>
<p><strong>Il <i>Grünes Band è </i>il tratto mitteleuropeo del progetto</strong> e, secondo i piani stabiliti, la sua realizzazione dovrebbe ora entrare nella fase 2. Senonché, negli oltre 20 anni trascorsi dalla caduta del confine, la striscia rimasta indenne dall&#8217;assalto del cemento è diventata non solo il nuovo habitat di animali un tempo scomparsi dalla faccia del continente ma anche un fruttuoso terreno per il ritorno delle coltivazioni. «Gli agricoltori delle regioni un tempo confinanti si sono riappropriati dei terreni», ha scritto la <i>Welt</i>, «sfruttando questa terra rossa particolare, capace di immagazzinare a lungo l&#8217;acqua piovana. Sono tornati a lavorare quei campi che già i loro antenati coltivavano in passato e ora vedono il progetto ecologista come un vero e proprio esproprio».</p>
<p><strong>Il ritorno a una normalità agricola è diventato oggetto di un aspro dibattito.</strong> A Eichsfeld, centro agricolo cattolico al confine settentrionale fra la Turingia e l&#8217;Assia, ambientalisti e agricoltori si contendono campi, superfici e prati: i primi spingono per realizzare le loro nicchie ecologiche, i secondi vogliono difendere i terreni ereditati. I responsabili delle organizzazioni contrapposte parlano linguaggi differenti: «Achim Hübner, direttore dell&#8217;associazione degli agricoltori di Gottinga, in Assia, utilizza termini bellici per la diatriba, chiamandola una battaglia per gli ettari», ha proseguito il quotidiano tedesco, «Holger Keil, responsabile della fondazione naturalistica Heinz Sielmann di Duderstadt accusa la controparte di un gigantesco conflitto d&#8217;interesse. I contadini temono di veder andare in fumo l&#8217;opportunità di una rinascita agricola che rappresenta il motore economico dell&#8217;intera regione».</p>
<p><strong>I politici locali si ritrovano nel mezzo dello scontro.</strong> Nei primi anni della riunificazione, tutti i partiti hanno appoggiato il progetto del Nastro verde, supportando il genio visionario di Heinz Sielmann, un produttore di documentari naturalistici che lanciò per primo l&#8217;idea di trasformare in un idillio ambientalista quella che per 40 anni era stata una ferita inferta alla natura: il modo più originale di realizzare un memoriale alle assurdità della storia. Nel frattempo però, assieme alla fauna attratta dalla tranquillità della riserva, sono arrivati anche gli alberi da frutta: prugne, albicocche, ciliege, mele. I rigidi regolamenti che avrebbero dovuto preservare l&#8217;area dall&#8217;intromissione dell&#8217;uomo sono stati disattesi per l&#8217;incertezza delle norme di applicazione. Il problema è anche che a contrapporsi non sono ambientalisti e costruttori, ma due mondi che hanno una diversa idea di utilizzare la natura.</p>
<p><strong>A Eichsfeld più di 40 sigle di associazioni agricole si sono unite per protestare</strong> contro l&#8217;organizzazione attuale del progetto di tutela naturalistica e la cittadina di Duderstadt è stata invasa per due settimane dalle dimostrazioni di circa 300 agricoltori. Sul fronte opposto, 250 ambientalisti hanno organizzato una marcia di trekking fra le due città con un concerto finale a sostegno del <i>Grünes Band</i>. È uno scontro che ha sconvolto la tradizionale tranquillità di queste regioni agricole e che dovrà trovare in qualche modo una soluzione: «Stefan Wenzel, ministro verde per l&#8217;Ambiente del Land confinante della Bassa Sassonia, sa che senza l&#8217;appoggio dei contadini il Nastro verde è destinato a fallire», ha concluso la <i>Welt</i>, « il progetto naturalista verrà portato avanti ma solo dopo aver concordato con gli agricoltori i giusti compromessi».</p>
<br />Filed under: <a href='http://esreport.wordpress.com/category/germania/'>Germania</a> Tagged: <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/1989/'>1989</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/european-green-belt/'>European Green Belt</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/riunificazione-tedesca/'>Riunificazione tedesca</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5539&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>TURCHIA-UE, SVOLTA TEDESCA</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 22:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Turchia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[Allargamento Ue]]></category>
		<category><![CDATA[Recep Tayyip Erdogan]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle si è espresso per la prima volta in maniera chiara per l&#8217;ingresso della Turchia nell&#8217;Unione Europea. Lo ha fatto in un articolo a quattro mani, scritto con il suo collega turco Ahmet Davutoglu, che è stato pubblicato sull&#8217;autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung: «I due Paesi sono concordi nel dare nuovo &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5534&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle</strong> si è espresso per la prima volta in maniera chiara per l&#8217;ingresso della Turchia nell&#8217;Unione Europea. Lo ha fatto in un articolo a quattro mani, scritto con il suo collega turco Ahmet Davutoglu, che è stato pubblicato sull&#8217;autorevole <a href="http://www.faz.net/aktuell/politik/europaeische-union/guido-westerwelle-und-ahmet-davutoglu-seite-an-seite-in-die-zukunft-12179330.html" target="_blank"><i>Frankfurter Allgemeine Zeitung</i></a>: «I due Paesi sono concordi nel dare nuovo impulso al processo di integrazione della Turchia nel club di Bruxelles».</p>
<p><strong>Si tratta di una clamorosa svolta nella politica estera tedesca</strong> che avrà conseguenze immediate negli equilibri europei e che potrebbe sbloccare l&#8217;impasse che per decenni ha frenato l&#8217;avvicinamento di Ankara a Bruxelles. La Germania era rimasta assieme alla Francia la più ferma oppositrice all&#8217;allargamento dell&#8217;Unione fino al Bosforo, pur modulando in maniera più diplomatica il suo rifiuto. Al contrario l&#8217;Italia, pur con il suo alternarsi di governi di destra e di sinistra aveva sempre premuto per l&#8217;ingresso della Turchia, considerandolo un punto fermo dei propri interessi nazionali. E così la Gran Bretagna, la Spagna e finanche la Grecia, da sempre vicino refrattario che negli ultimi anni aveva capovolto la propria posizione, avviando una stagione di distensione diplomatica impensabile solo qualche tempo fa.</p>
<p><strong>«La Turchia ha compiuto passi decisivi nell&#8217;adozione di riforme</strong> politiche che rispettano i valori fondanti dell&#8217;Unione come la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto», hanno scritto i due ministri, «e il successo dei cambiamenti intervenuti dovranno ora riflettersi positivamente nelle trattative per l&#8217;ingresso della Turchia nell&#8217;Ue». Dichiarazioni impegnative che, pur non fissando ancora date e limiti temporali, indirizzano il lungo rapporto, iniziato nel 1963 con il Trattato di associazione fra la Cee e la Turchia, verso un approdo finale.</p>
<p><strong>Ancora pochi mesi fa, la cancelliera Angela Merkel</strong> si era mantenuta assai prudente in occasione del suo viaggio in Turchia, incassando la stizzita critica di un autorevole collega di partito, il commissario europeo all&#8217;Energia Günter Oettinger: «Arriverà un giorno in cui un cancelliere tedesco andrà in ginoccio ad Ankara per implorare i turchi di entrare nell&#8217;Ue». Ora la svolta, annunciata dal ministro degli Esteri.</p>
<p><strong>La storia del rapporto fra Turchia e istituzioni europee è stata lunga e turbolenta. </strong>Ankara manifestò il suo desiderio di aderire compiutamente alla Comunità europea fin dagli anni Sessanta, enfatizzando la sua appartenenza alla storia del Vecchio Continente e ritenendo che i suoi interessi politici e commerciali si indirizzassero prevalentemente verso occidente. Contrasti e resistenze hanno dilazionato l&#8217;avvio di trattative vere e proprie e la Turchia si è vista scavalcare da Paesi che avevano fatto richiesta di accesso molto dopo: Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda nel 1973, Grecia nel 1981, Spagna e Portogallo nel 1986, Austria, Finlandia e Svezia nel 1995. E Ankara sempre all&#8217;angolo ad attendere. Poi la Comunità si trasformò in Unione e la Turchia venne riconosciuta come candidata all&#8217;ingresso alla fine del 1999. Nel frattempo Bruxelles ha abbracciato nel 2004 dieci Paesi dell&#8217;Europa centro-orientale e del Mediterraneo, nel 2007 Bulgaria e Romania e si appresta ad accogliere il 1° luglio 2013 la Croazia. La Turchia ha invece avviato solo nel 2005 le trattative ufficiali con la Commissione europea e il traguardo finale era stato sempre dilazionato a data da destinarsi.</p>
<p><strong>Nel frattempo il Paese ha conosciuto un prepotente sviluppo economico:</strong> mentre molte regioni dell&#8217;Europa annaspano in una crisi senza fine, la Turchia macina tassi di crescita annuali che ricordano quelli dei Paesi est-asiatici e i suoi interessi hanno cominciato a muoversi da ovest ad est, sfruttando tutta l&#8217;area turcofona liberatasi dal congelatore sovietico. Il consolidamento di una democrazia islamica di tipo moderato l&#8217;ha resa protagonista anche nel complesso processo di democratizzazione partito con le primavere arabe in Nord Africa. La crisi greca le ha aperto un ruolo di primo piano nell&#8217;area balcanica. Così Bruxelles è diventata meno allettante, la sua ritrosia ha offeso l&#8217;orgoglio di un Paese giovane che crede in se stesso e ad Ankara hanno iniziato a chiedersi se davvero l&#8217;Ue fosse così importante per il futuro turco.</p>
<p><strong>La preoccupazione della Germania è stata sempre legata a un fattore interno:</strong> l&#8217;enorme presenza di una comunità straniera turca, accusata di scarsa volontà di integrazione nel sistema tedesco e di aver costituito una sorta di società parallela che manteneva tradizioni e usi poco compatibili con una democrazia moderna. Anche su questo punto Westerwelle sembra aver cambiato opinione: «Dopo più di 50 anni di immigrazione dobbiamo riconoscere che unità e atteggiamento pacifico hanno caratterizzato la presenza della comunità turca in Germania. Artisti, sportivi e imprenditori di origine turca sono diventati un pezzo del pluralismo e del benessere della nostra società». Ora è l&#8217;Europa in crisi ad aver bisogno dell&#8217;euforia turca.</p>
<br />Filed under: <a href='http://esreport.wordpress.com/category/turchia/'>Turchia</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/category/unione-europea/'>Unione Europea</a> Tagged: <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/allargamento-ue/'>Allargamento Ue</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/recep-tayyip-erdogan/'>Recep Tayyip Erdogan</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5534&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>LA SERBIA RITROVATA</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 05:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Serbia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[Allargamento Ue]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dai Balcani è arrivata una delle poche buone notizie europee:</strong> la Serbia è formalmente uscita dalla lunga recessione che negli ultimi anni aveva pesantemente colpito anche il versante orientale dell&#8217;Adriatico. Con il prodotto interno lordo in crescita dell&#8217;1,7%, il 2013 può segnare per la repubblica serba un punto di svolta nella sua tormentata storia recente. In parallelo con l&#8217;allentamento della tensione politica, i progressi sul nodo kosovaro, la stabilizzazione dei rapporti con le ex sorelle jugoslave e l&#8217;avvio a giugno dei negoziati con l&#8217;Unione Europea, il rilancio dell&#8217;economia può chiudere la controversa stagione del dopoguerra e aprire prospettive di tutt&#8217;altra natura.</p>
<p><strong>Il ministero dell&#8217;Economia di Belgrado, che ha comunicato i dati di maggio,</strong> ha mantenuto un tono insolitamente modesto, definendo «crescita moderata» quell&#8217;1,7% in più di Pil rispetto all&#8217;anno precedente e annunciando la previsione di un +1,9% per il 2014, quando gli effetti dovrebbero ricadere anche sui consumi privati. Ma di questi tempi, e in un&#8217;area che sconta ancora le crisi di Grecia, Bulgaria, Croazia e perfino Slovenia, è una cifra di tutto rispetto. È una notizia buona per la Serbia e per gli interi Balcani ma lo è anche per l&#8217;Italia, che con Belgrado intesse stretti rapporti di collaborazione e conta sul territorio serbo centinaia di aziende emigrate a est per sopravvivere alla crisi di casa propria.</p>
<p><strong>Il motore della ripresa è l&#8217;industria,</strong> la cui produzione è cresciuta nel primo trimestre di quest&#8217;anno del 5,2% grazie a un vero e proprio boom delle esportazioni, aumentate del 22% rispetto allo stesso periodo del 2012. In prima fila l&#8217;automotive, che contribuisce all&#8217;export per il 20% e in un anno ha triplicato la produzione, trainato da Fiat e dalla rifioritura di decine di piccole e medie aziende che realizzano pezzi di ricambio per il settore. Una tradizione dell&#8217;industria serba già ai tempi della Jugoslavia, rilanciata dagli investimenti stranieri attirati nei mesi scorsi dagli incentivi fiscali del governo e da una manodopera di qualità ancora a basso costo. Non è solo la Fiat, infatti, a muovere il settore: di pochi giorni fa è la notizia dell&#8217;accordo fra la Serbia&#8217;s Industry of Machines and Tractors e l&#8217;azienda turca Tomosan per la fornitura di 5000 nuovi mezzi in tre anni e per la creazione di una <i>joint venture</i> finalizzata alla componentistica per trattori moderni da riversare sui due mercati nazionali.</p>
<p><strong>Altri settori in crescita sono quelli petrolifero, chimico,</strong> farmaceutico, del tabacco e soprattutto tessile: quest&#8217;ultimo tenuto in grande considerazione per la sua natura ad alto impiego di manodopera, che potrebbe aiutare a riassorbire uno dei dati negativi che persistono nonostante la ripresa, quello della disoccupazione. Con il 24% dei serbi ancora senza lavoro, la speranza è che l&#8217;inversione di tendenza dell&#8217;economia sia duratura e possa riflettersi anche sul livello di vita dei cittadini, specie dei giovani, che continuano a fare le valigie verso la Germania e l&#8217;Europa centrale.</p>
<p><strong>«La ripresa era già evidente da qualche mese,</strong> dovuta principalmente agli investimenti dall&#8217;estero che hanno trasformato il vecchio modello legato all&#8217;agricoltura e ai combinati in un sistema di imprese moderne», spiega l&#8217;economista Alessandro Napoli, uno che i Balcani li conosce a memoria, oggi coordinatore a Salonicco del segretariato del programma operativo Grecia-Italia e nei precedenti 8 anni impegnato a tempo pieno fra Novi Sad e Belgrado: «L&#8217;apertura della Serbia ai mercati internazionali con gli accordi di libero scambio stipulati con Russia, Turchia, Unione Europea ed Efta ha consentito di soppiantare la fine dello spazio commerciale jugoslavo e le restrizioni di un mercato interno troppo piccolo».</p>
<p><strong>Tuttavia non è il caso di lasciarsi prendere dall&#8217;euforia.</strong> «Permangono ancora molte fragilità», aggiunge Napoli, «come quello di una base produttiva poco solida che, ad esempio, non riesce a tener dietro alle richieste della Russia, un partner decisivo per Belgrado ma del quale non si è capaci di soddisfare in pieno le esigenze». E poi ci sono le strozzature del mercato interno, gli squilibri fra nord più sviluppato e sud arretrato e, soprattutto, fra città e campagna: «L&#8217;effetto propulsivo delle città non si estende al di là del tessuto urbano, tranne forse a Belgrado, le differenze sono enormi e il benessere delle regioni agricole dipende ancora dall&#8217;andamento delle stagioni climatiche».</p>
<p><strong>In compenso oltre ai russi, con i quali è stato appena stilato un accordo quadro</strong> che ha messo insieme prestiti e facilitazioni legate al gasdotto South Stream, sono arrivati in massa i turchi, attirati dalla fame di infrastrutture necessarie alla Serbia per costruire su basi più solide il proprio futuro. C&#8217;è bisogno di mettere mano a progetti faraonici per costruire ponti, trafori e autostrade, per ammodernare il lento trasporto ferroviario, riconnettere il Paese con il tessuto balcanico circostante e riallacciare Belgrado all&#8217;Europa, oltre che a far manutenzione alla vecchia rete ereditata da Tito. «I turchi sono diventati leader europei in questo settore», conferma Napoli, «e appaiono interessatissimi a investire la loro nuova forza economica e imprenditoriale in un&#8217;impresa così impegnativa».</p>
<p><strong>Il timore è semmai che uno sviluppo non controllato</strong> possa far perdere la testa e minare la stabilità macroeconomica del Paese: «È questo il pericolo dei prossimi anni», conclude il professore, «le improvvise fiammate sono una minaccia per il debito pubblico e per la stabilità del dinaro. In presenza di una bilancia commerciale strutturalmente deficitaria c&#8217;è il rischio che esplodano le importazioni, con conseguenti tensioni sui prezzi e sulla moneta nazionale. E le pressioni per l&#8217;aumento dei salari, specie nel settore pubblico, potrebbero riaccendere l&#8217;inflazione». Le previsioni economiche di primavera, rese note dalla Commissione europea, confermano l&#8217;allarme: il debito pubblico, che nel 2012 era a quota 59,3%, è destinato a crescere nel 2013 al 62,1% e nel 2014 al 65,5%.</p>
<p><strong>Ci sarebbe bisogno di equilibrio, qualità finora non troppo diffusa nelle classi dirigenti serbe,</strong> per indirizzare la crescita in un Paese segnato da tante differenze al suo interno. Gli squilibri geografici si riflettono sull&#8217;intero complesso della società. Da un lato la Serbia ha compiuto passi da gigante nell&#8217;adeguamento di interi settori agli standard europei, anche non necessariamente economici, come i diritti umani, la proprietà intellettuale, il sistema giudiziario e addirittura la meteorologia. Dall&#8217;altro la criminalità organizzata mantiene un forte impatto sul sistema economico, costituendo un fattore imprescindibile (e dunque un costo aggiuntivo) per ogni imprenditore: rispetto ad altre aree della regione balcanica non arriva a contrapporsi con violenza allo Stato, ma corrompe a fondo l&#8217;economia. Non è un caso che nella classifica della corruzione, stilata annualmente da <i>Trasparency International</i>, su 174 Paesi la Serbia occupi la posizione numero 80 con un indice di 39, in compagnia di Cina e Trinidad e Tobago. Se è vero che l&#8217;Italia al 72esimo posto (indice 42) non è poi troppo lontana e la Grecia al 94esimo (indice 36) è messa peggio, pesa la distanza con le sorelle balcaniche Slovenia e Croazia (rispettivamente alle posizioni 37 e 62) e appare inarrivabile il miraggio della Danimarca prima della classe.</p>
<br />Filed under: <a href='http://esreport.wordpress.com/category/balcani/'>Balcani</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/category/serbia/'>Serbia</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/category/unione-europea/'>Unione Europea</a> Tagged: <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/allargamento-ue/'>Allargamento Ue</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/balcani/'>Balcani</a>, <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/economia/'>Economia</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5528&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>COMPAGNI ADDIO</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 21:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Addio compagni, o quasi. La Spd, il partito socialdemocratico tedesco ha avviato la fase di sganciamento dall&#8217;Internazionale socialista, l&#8217;organizzazione mondiale che raggruppa 168 partiti e movimenti di ispirazione socialista e laburista ricca di storia ma, a detta dei tedeschi, povera di prospettiva. Sarà, come ha scritto la Süddeutsche Zeitung, un commiato a rate. Per il 2013, &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5525&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Addio compagni, o quasi. La Spd, il partito socialdemocratico tedesco</strong> ha avviato la fase di sganciamento dall&#8217;Internazionale socialista, l&#8217;organizzazione mondiale che raggruppa 168 partiti e movimenti di ispirazione socialista e laburista ricca di storia ma, a detta dei tedeschi, povera di prospettiva. Sarà, come ha scritto la <i>S</i><i>üddeutsche Zeitung</i>, un commiato a rate. Per il 2013, la Spd ha ridotto drasticamente il proprio contributo annuale, portandolo da 100 mila a 5000 sterline inglesi e ha stabilito di limitare la propria presenza negli organismi al ruolo di semplice osservatore. Per il momento un&#8217;uscita ufficiale non è in programma, ma dovrebbe trattarsi solo di diplomazia e di tempo. Il 22 maggio, a Lipsia, i socialdemocratici tedeschi daranno vita a una nuova organizzazione internazionale inevitabilmente destinata a far concorrenza all&#8217;Internazionale. Il nome, Alleanza progressista, lascia intendere qualcosa delle novità che la dovrebbero caratterizzare: «Vorremmo costruire un nuovo network che possa realizzare quel che l&#8217;Internazionale socialista non è evidentemente più in grado di fare», ha detto il segretario della Spd Sigmar Gabriel, «una piattaforma di dibattito socialdemocratico che agisca in una cornice globale». All&#8217;appuntamento di Lipsia, che potrebbe rappresentare il momento fondativo di una nuova era della socialdemocrazia mondiale, sono attesi rappresentanti di 50 Paesi.</p>
<p><strong>Non è la prima volta che l&#8217;organizzazione, erede della Seconda internazionale</strong> fondata a Parigi nel lontano 1889, entra in crisi per colpa di Berlino. Nel 1914, proprio la Seconda internazionale venne sciolta a causa del supporto fornito dal partito socialdemocratico tedesco alla prima guerra mondiale. Nel 1919 venne superata a sinistra dalla Terza internazionale (il Comintern), fondata da Lenin a Mosca per raggruppare i partiti comunisti nel mondo e sostenere la rivoluzione proletaria mondiale. Fu solo nel 1947, dopo la seconda guerra mondiale, che i socialisti tornarono a unirsi a Zurigo. E nel 1951, nel congresso di rifondazione di Francoforte, l&#8217;organizzazione prese la forma definitiva che ha conservato fino a oggi, assumendo il nome di Internazionale socialista. La sede centrale è a Londra e l&#8217;Spd vi ha svolto sempre un ruolo centrale, culminato con la presidenza per 16 anni del suo leader storico Willy Brandt, dal 1976 al 1992, anno della sua morte.</p>
<p><strong>Per quanto riguarda l&#8217;Italia, l&#8217;unico partito a farne parte attualmente</strong> è quello socialista, giacché il partito democratico non vi ha aderito, nonostante i Democratici di sinistra (che invece erano presenti) eredi del Pci avessero considerato questo approdo una sorta di legittimazione del loro percorso di fuoriuscita dal comunismo. Ma non è sempre stato così: nel 1947 il partito socialista di Pietro Nenni non venne ammesso per i suoi legami troppo stretti con il Pci. Le posizioni anti-sovietiche e filo-occidentali furono il pilastro dell&#8217;Internazionale rinata dopo la guerra e così a farne parte fin dall&#8217;inizio fu il Psdi di Giuseppe Saragat: il Psi vi entrò solo dopo essersi sganciato dai comunisti.</p>
<p><strong>Ma le insofferenze dei tedeschi riguardano l&#8217;oggi, non il passato</strong> e si prolungano da molti anni. L&#8217;influenza dell&#8217;Internazionale sui partiti membri non è più da tempo quella dell&#8217;epoca della rivoluzione dei garofani del 1974, quando l&#8217;organizzazione riuscì a mobilitare tutto il mondo socialista a sostegno dei democratici portoghesi e, almeno a livello europeo, ha subito la prepotente crescita del ruolo del Pse. Da anni si susseguono contrasti per la presenza di partiti nati socialisti ma trasformatisi in forze autoritarie, come in Messico, o in pilastri di dittature, come in Africa settentrionale: nel 2011, a seguito delle primavere arabe, sono stati espulsi il Rcd tunisino di Ben Ali e l&#8217;Ndp egiziano, più tardi la stessa sorte è toccata al Fronte popolare ivoriano. «L&#8217;Internazionale socialista non è più una voce di libertà», ha tuonato ancora Gabriel, «ma bisogna anche obiettivamente riconoscere che manca di un posizionamento chiaro sui temi oggi all&#8217;ordine del giorno: negli ultimi anni non è giunta una sola voce sugli eccessi dei mercati finanziari e non ha prodotto alcun contributo sulle sfide globali contemporanee». E Hans-Jochen Vogel, storico segretario della Spd, ha messo la pietra tombale: «Purtroppo l&#8217;Internazionale è diventata muta».</p>
<p><strong>Il declino appare dunque inarrestabile.</strong> Tanto più che dall&#8217;inizio del 2013 anche i laburisti inglesi hanno ridimensionato la propria presenza al ruolo di osservatori, adducendo motivazioni di ordine etico e auspicando la nascita di un nuovo network delle forze progressiste. L&#8217;attenzione è tutta centrata sull&#8217;appuntamento di Lipsia e sulla nuova creatura che la Spd prova a far nascere. E se la spinta alla disgregazione sarà inarrestabile, toccherà curiosamente all&#8217;attuale presidente dell&#8217;Internazionale socialista, l&#8217;ex premier greco Georgios Papandreou, chiudere i battenti.</p>
<br />Filed under: <a href='http://esreport.wordpress.com/category/germania/'>Germania</a> Tagged: <a href='http://esreport.wordpress.com/tag/spd/'>Spd</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5525&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>LA PRIMA VITA DI ANGELA M.</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 21:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[1989]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[Ddr]]></category>
		<category><![CDATA[Riunificazione tedesca]]></category>

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		<description><![CDATA[Finora la biografia politica di Angela Merkel negli anni della Ddr era stata raccontata come un capitolo poco affascinante: nessuna partecipazione attiva, un attento equilibrismo fra le organizzazioni giovanili del regime cui era obbligatorio aderire per non perdere le opportunità di studio, distanza anche dai movimenti di opposizione che prepararono il terreno per la Wende, &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5521&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Finora la biografia politica di Angela Merkel negli anni della Ddr</strong> era stata raccontata come un capitolo poco affascinante: nessuna partecipazione attiva, un attento equilibrismo fra le organizzazioni giovanili del regime cui era obbligatorio aderire per non perdere le opportunità di studio, distanza anche dai movimenti di opposizione che prepararono il terreno per la Wende, la svolta. Narrano le cronache che la notte in cui cadde il Muro la futura cancelliera della Germania riunificata non rinunciò alla tradizionale serata in sauna e celebrò più tardi l&#8217;evento, senza troppa passione, bevendo una birra in una kneipe di Berlino est con una sua amica.</p>
<p><strong>Solo dopo i rivolgimenti politici optò per la sua personale discesa in campo,</strong> prima nel piccolo raggruppamento moderato Partenza democratica (Demokratischer Aufbruch), poi nella più grande Cdu, che scalò a passo di carica negli anni Novanta sfruttando il declino del suo mentore Helmut Kohl, defenestrandolo quando fu invischiato nello scandalo dei fondi neri al partito.</p>
<p><strong>Ora una nuova biografia di Angela Merkel,</strong> l&#8217;ennesima pubblicata in questo anno elettorale, promette di cambiare le carte in tavola e di capovolgere i tasselli della memoria. Lo hanno scritto due giornalisti politici dei principali quotidiani conservatori del Paese, Ralf Georg Reuth della <i>Bild</i> e Günter Lachmann della <i>Welt</i> (scuderia Springer), uscirà in libreria martedì 14 maggio per la Piper Verlag di Francoforte e già dal titolo si presenta come un romanzo del mistero: «La prima vita di Angela M.».</p>
<p><strong>I due autori, immersi per anni in lunghe ricerche</strong> sul periodo giovanile trascorso da Merkel nella Germania comunista, sostengono di aver trovato prove sicure che l&#8217;allora studentessa di fisica sia stata molto più vicina al regime di Erich Honecker di quanto è stato raccontato finora. In particolare, negli anni del suo lavoro all&#8217;Accademia degli scienziati della Ddr, Angela Merkel fu una funzionaria e ricoprì dal 1981 il ruolo di segretaria della Fdj, l&#8217;organizzazione giovanile del partito, responsabile per l&#8217;agitazione e la propaganda. Circostanza che la cancelliera aveva sempre smentito. Inoltre era presente nella direzione del consiglio di fabbrica, ma di questa sua esperienza sindacale esistevano già delle fotografie.</p>
<p><strong>Reuth e Lachmann sono convinti di aver trovato le prove documentali</strong> finora mancanti per riscrivere la biografia giovanile della cancelliera, che sarebbe stata dunque molto più politica di quel che si riteneva. Prove che invano hanno ricercato politologi di prestigio, come ad esempio Gert Lanngut, forse il conoscitore più esperto di storia della Cdu, che aveva finora sempre ridimensionato le voci ricorrenti di un impegno politico della cancelliera negli anni vissuti nella Ddr. «Angela Merkel non è piombata in politica come un&#8217;outsider nel dicembre del 1989, come ha sempre sostenuto», hanno dichiarato i due giornalisti, che già pregustano il clamore che il loro libro è destinato a suscitare e che verrà anticipato con ampi stralci nella edizione di lunedì 13 maggio sullo <i>Stern</i>: «Anzi, fu già attiva molto prima della svolta nel movimento Partenza democratica e, a quei tempi, non era affatto favorevole alla riunificazione della Germania ma sosteneva la riforma nel socialismo democratico di una autonoma Ddr». Una posizione allora condivisa anche da molti intellettuali critici ma non ostili al regime, come la scrittrice Christa Wolf.</p>
<p><strong>Gli autori hanno rivelato di aver potuto ricostruire</strong> il passato della cancelliera attraverso documenti inaccessibili, in gran parte di proprietà privata, e con decine di interviste a testimoni di quel tempo che finora avevano taciuto. Il sospetto che ora avanzano nel nuovo libro è che la cancelliera abbia successivamente «armonizzato i passaggi della sua precedente esperienza nella Ddr con i requisiti di una militanza cristiano-democratica». Una sorta di abbellimento del passato che spiegherebbe in qualche modo la sua ritrosia ad addentrarsi pubblicamente nei ricordi di quegli anni. E, secondo i critici conservatori della donna più potente del mondo, spiegherebbe anche la linea politica socialdemocratica imposta al partito, così lontana dalla tradizione dei suoi padri nobili, Konrad Adenauer ed Helmut Kohl.</p>
<p><strong>La rapida ascesa di Angela Merkel sulla scena politica</strong> della Germania riunificata è stata resa possibile dalle straordinarie condizioni determinate dal rivolgimento politico di quei mesi, è la tesi del libro, e in particolare dal supporto ottenuto da due personaggi chiave: Wolfgang Schnur, capo del movimento riformista Partenza democratica e Lothar de Maizière, leader della Cdu orientale e ultimo capo di governo della Ddr prima della riunificazione (nonché zio dell&#8217;attuale ministro della Difesa Thomas de Mazière, uomo forte della Cdu merkeliana): «Curioso che entrambi i leader citati si siano poi rivelati informatori non ufficiali della Stasi». La fase di transizione che portò alla riunificazione resta, a distanza di oltre vent&#8217;anni, un capitolo ancora da indagare in in molti meandri: il caos del momento, le necessità della Germania ovest di operare con partiti alternativi alla Sed che tuttavia erano stati abbondantemente infiltrati negli anni della dittatura, le smanie di riciclaggio dell&#8217;apparato comunista sconfitto, tutto concorse a un processo disordinato che potrebbe rivelare ancora sorprese.</p>
<p><strong>Quanto all&#8217;accusa di aver voluto tirare un colpo basso elettorale</strong> pubblicando il libro proprio a pochi mesi dalle elezioni del 22 settembre, i due giornalisti si sono scherniti: «Il libro esce in questo momento semplicemente perché ora lo abbiamo finito. Abbiamo anche cercato di parlare con la cancelliera, per confrontare con lei le nostre scoperte, ma il suo portavoce ci ha riferito che non aveva tempo per rispondere alle nostre domande».</p>
<p><em>(Pubblicato su <a href="http://www.lettera43.it/cronaca/quando-angela-merkel-voleva-il-muro_4367594576.htm" target="_blank">Lettera43</a>)</em></p>
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		<title>BERLINO, VIAGGIO NELLA MEMORIA</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 11:15:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Fu un inverno di fuoco e violenze quello che si abbattè su Berlino nel 1933, anno dell&#8217;ascesa al potere di Adolf Hitler. Dopo aver ottenuto l&#8217;incarico di cancelliere dal presidente del Reich Paul von Hindenburg e aver giurato al Reichstag il 30 gennaio, il Führer scatenò un&#8217;ondata di disordini che da cui avrebbe tratto l&#8217;occasione, &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5518&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Fu un inverno di fuoco e violenze quello che si abbattè su Berlino nel 1933,</strong> anno dell&#8217;ascesa al potere di Adolf Hitler. Dopo aver ottenuto l&#8217;incarico di cancelliere dal presidente del Reich Paul von Hindenburg e aver giurato al Reichstag il 30 gennaio, il Führer scatenò un&#8217;ondata di disordini che da cui avrebbe tratto l&#8217;occasione, in nome della sicurezza nazionale, di abrogare gran parte dei diritti civili e delle libertà politiche e di cementare il suo nuovo regime totalitario. Si svolse tutto nel breve arco di poche settimane. A febbraio bruciò la cupola del Reichstag, un attentato da cui scaturì il decreto di emergenza che assegnò a Hitler poteri straordinari. Le settimane successive furono insanguinate dagli attacchi delle squadre di SA contro oppositori politici, sindacalisti ed ebrei. Le elezioni di marzo consegnarono al partito nazista il 44% dei voti. Il conseguente governo di coalizione con i nazionalisti varò il decreto dei pieni poteri, che investiva Hitler di un&#8217;autorità dittatoriale. In poche settimane vennero banditi tutti i partiti politici ad eccezione di quello nazista e le forme di opposizione.</p>
<p><strong>Sul luogo dei delitti.</strong> Berlino, la metropoli rossa e operaia che Hitler non amava, fu in quanto capitale del Reich il palcoscenico della sua fulminante presa del potere. Ottanta anni dopo, la città ricorda gli avvenimenti da cui nacque la dittatura nazista con un programma di 500 eventi, fra mostre, installazioni e rassegne disseminato in 100 luoghi e lungo tutto l&#8217;arco del 2013, e alla cui realizzazione hanno collaborato 120 istituzioni e associazioni cittadine. È l&#8217;occasione giusta per rispolverare la memoria su una delle pagine più tragiche della storia europea del Ventesimo secolo proprio laddove gli avvenimenti si svolsero, ripercorrere le tappe della fine di una democrazia e della nascita di una dittatura e visitare i pochi luoghi storici sopravvissuti alle macerie della seconda guerra mondiale. A partire dall&#8217;esposizione all&#8217;aperto sotto la Porta di Brandeburgo, dove è possibile ripercorrere le storie di cittadini ebrei tedeschi perseguitati durante l&#8217;olocausto.</p>
<p><strong>Il museo storico tedesco.</strong> Il punto centrale del progetto Zestörte Vielfalt (la varietà distrutta), il suggestivo titolo assegnato al ciclo di rassegne, è rappresentato dalla mostra al Deutsches Historisches Museum sulla Unter den Linden (per informazioni, link in basso) aperta ogni giorno, dalle 10 alle 18, fino al mese di novembre. L&#8217;esposizione si apre con le immagini, fotografiche e filmate, della Berlino di fine Weimar, brulicante di folla elegante, caffé gremiti, tram affollati. Su una parete scorrono i fotogrammi del film di Walter Ruttmann, Sinfonia di una metropoli, il capolavoro del cinema muto che celebrò l&#8217;epopea della Berlino degli anni Venti: frammenti di una città dinamica e serena, che non aveva sentore di quel cui andava incontro. Pochi metri dopo lo scenario cambia: i manifesti della propaganda nazista descrivono un clima improvvisamente divenuto velenoso, gli slogan degli opposti estremismi riflettono una competizione politica sempre più violenta. Il museo ha tirato fuori dai suoi fondi tutto il materiale originale dell&#8217;epoca accumulato negli anni, lasciando che a raccontare la discesa agli inferi fossero gli oggetti della realtà quotidiana di quei tempi.</p>
<p><strong>Sulle macerie della Gestapo.</strong> L&#8217;ampio complesso documentale denominato Topografia del Terrore (per informazioni, link in basso), a due passi dalla Potsdamer Platz, sorge sui luoghi dove negli anni Trenta si trovavano la sede della Gestapo, la polizia segreta, del servizio di sicurezza (SD), delle SS e l&#8217;ufficio di Heinrich Himmler. Di quegli edifici non è rimasto nulla, ma dal 2010 un centro di documentazione nuovo di zecca, progettato da due architetti berlinesi, ospita una mostra permanente sugli anni del nazismo. Per l&#8217;anniversario, il centro ha inaugurato un&#8217;esposizione speciale focalizzata su un aspetto finora poco indagato dalla storiografia: la manipolazione del mito dell&#8217;ascesa nazista. Molte delle immagini che hanno segnato l&#8217;immaginario della presa del potere da parte di Hitler sono infatti state rielaborate dopo che gli avvenimenti si svolsero realmente. È il caso della famosa fiaccolata delle truppe nazionalsocialiste sotto la Porta di Brandeburgo e lungo il vialone dell&#8217;Unter den Linden: si svolse il 30 gennaio 1933, ma l&#8217;effetto non deve essere stato un granché se la propaganda di Joseph Gobbels decise di far ripetere e immortalare la scena qualche mese dopo, per consegnare a futura memoria un&#8217;immagine grandiosa che riscattasse quella delle truppe tedesche sbandate sulla Pariser Platz dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale. Questa e altre foto della sofisticata macchina di propaganda nazista corredate da ampia documentazione storica sono presenti nella mostra, aperta fino al 9 novembre, ogni giorno dalle 10 alle 20.</p>
<p><strong>Eroi silenziosi.</strong> Nascosto in un cortile della Rosenthaler Strasse, nel cuore di quello che un tempo era il quartiere ebraico di Berlino e oggi è diventato il nuovo centro turistico tra l&#8217;Hackescher Markt e gli Hachische Höfe, si trova il piccolo memoriale intitolato agli Stille Helden (per informazioni, link in basso), gli eroi silenziosi. Era la piccola sede della fabbrica di Otto Weidt, un modesto produttore di scope e spazzole dal cuore tanto grande da rischiare la vita impiegando operai ebrei non vedenti e non udenti salvandoli dalle deportazioni nei campi di concentramento. Una sorta di Oskar Schindler non premiato dall&#8217;attenzione cinematografica di uno Steven Spielberg. Ma al suo coraggio è dedicato questo piccolo gioiello nascosto che ripercorre la storia dell&#8217;azienda e la vita sacrificata dei suoi operai ebrei.</p>
<p><strong>A tavola atmosfere mitteleuropee.</strong> È probabile che alcune delle immagini viste o delle storie lette vi chiudano lo stomaco. Prima o poi bisognerà comunque mangiare. Schnitzel e altri classici della cucina austriaca al ristorante Ottenthal (per informazioni, link in basso), ambiente elegante e cibi raffinati: ottime anche le insalate, da non perdere lo strudel di mele finale. Nel centro occidentale della città a partire da 25 euro. Sempre ad ovest, ma nel quartiere di Schöneberg, il bistrò Joseph Roth Diele (per informazioni, link in basso) offre gli spätzle al formaggio da accompagnare con birra o vino in un&#8217;atmosfera letteraria mitteleuropea: sorprendenti i prezzi, a partire da 10 euro.</p>
<p><strong>Dove dormire, come arrivare.</strong> Lusso e posizione invidiabile, a due passi dallo Zoo, nel nuovo albergo Waldorf Astoria. È l&#8217;ultima novità nella scena alberghiera berlinese, avendo aperto lo scorso gennaio. Scegliendo bene il periodo di permanenza, si possono trovare le camere più economiche a partire da 195 euro. A due passi dal Kurfürstendamm, l&#8217;Hotel Q! offre camere pulite e di design a partire da 84 euro. la gentilezza del personale è inclusa nel prezzo. Easy Jet, Ryanair, Air Berlin, Lufthansa: per arrivare a Berlino con voli non stop da Roma, Milano, Bergamo, Venezia, Pisa, Bari, Napoli e Catania c&#8217;è solo l&#8217;imbarazzo della scelta. Occhio ai prezzi, che possono variare anche sensibilmente a seconda del periodo prescelto. Si parte da 60 euro ma si arriva a superare anche i 400.</p>
<p><em>(Pubblicato su <a href="http://www.oggiviaggi.it/19984/berlino-a-80-anni-dallavvento-del-nazismo/" target="_blank">OggiViaggi)</a></em></p>
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		<title>L&#8217;UOMO CHE AMAVA DUE GERMANIE</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 18:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Mennitti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[1989]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Andreotti]]></category>
		<category><![CDATA[Helmut Kohl]]></category>
		<category><![CDATA[Muro di Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Riunificazione tedesca]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;immagine dell&#8217;Italia politica in Germania è stata per lunghi decenni incarnata da Giulio Andreotti. Inevitabile dunque che la notizia della morte del sette volte presidente del Consiglio abbia occupato uno spazio di riguardo sulla maggior parte dei quotidiani tedeschi del 7 maggio. Lunghe ricostruzioni storiche, ampie biografie, un po&#8217; di aneddoti sulla vita di un &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5514&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;immagine dell&#8217;Italia politica in Germania è stata per lunghi decenni</strong> incarnata da Giulio Andreotti. Inevitabile dunque che la notizia della morte del sette volte presidente del Consiglio abbia occupato uno spazio di riguardo sulla maggior parte dei quotidiani tedeschi del 7 maggio. Lunghe ricostruzioni storiche, ampie biografie, un po&#8217; di aneddoti sulla vita di un uomo che, nonostante un carattere schivo e riservato (o proprio per questo) aveva fatto parlare di sé fino a poco più di un ventennio fa.</p>
<p><strong>Non è comparsa invece alcuna ricostruzione su un passaggio</strong> in cui l&#8217;esperienza politica di Andreotti, nel 1989 premier per la penultima volta, si è intrecciata con l&#8217;evento più importante della storia tedesca del dopoguerra: la riunificazione. Curiosamente nessun ricordo e nessun commento su una frase, pronunciata nel 1984, che pure è rimasta scolpita come un colpo di spada nella memoria collettiva dei tedeschi: «Amo così tanto la Germania che vorrei due». Venne riesumata nei mesi convulsi in cui, caduti il Muro di Berlino e il regime di Erich Honecker, Helmut Kohl e Hans-Dietrich Genscher correvano contro il tempo ma con il vento della storia in poppa per assicurare tutte le toppe diplomatiche al sogno di generazioni della Germania post-bellica.</p>
<p><strong>Fu una fase in cui, ottenuto il via libera da Washington</strong> e assicuratasi la collaborazione interessata dell&#8217;Unione Sovietica (riunificazione in cambio di generosi finanziamenti al sistema traballante di Michail Gorbaciov) restava soltanto da tranquillizzare i riottosi partner europei. In realtà era una partita dall&#8217;esito scontato, tanto forte era la corrente dei cambiamenti epocali. Margaret Thatcher batteva inutilmente i pugni sul tavolo, François Mitterrand provava a strappare in cambio un&#8217;alleanza di ferro in chiave europea (scaturirà da qui l&#8217;accelerazione sull&#8217;Unione e la nascita dell&#8217;euro), l&#8217;Italia poteva opporsi con ancora meno strumenti. Ma quella frase di Andreotti riesumata gelò Helmut Kohl, che pensava di contare sull&#8217;appoggio del partito europeo alleato di più lungo corso: la Democrazia cristiana.</p>
<p><strong>I corrispondenti italiani più anziani, allora acquartierati nella piccola capitale politica di Bonn,</strong> ricordano ancor oggi il gelo con cui i dirigenti tedeschi interpretarono quell&#8217;episodio, nonostante la posizione italiana, rappresentata proprio da Andreotti come capo del governo e Gianni De Michelis come ministro degli Esteri, fosse la più favorevole alla riunificazione tra quella dei Paesi che contavano in Europa.</p>
<p><strong>Nulla di tutto questo è invece apparso nelle ricostruzioni dei quotidiani tedeschi</strong> e resta da capire se si tratta di un nervo rimasto scoperto a distanza di oltre vent&#8217;anni o se le nuove generazioni di cronisti abbiano tutte la memoria corta. Sono prevalse invece biografie generali sulla vita politica di Andreotti, prive in verità di grande originalità. «Un tattico scaltro e un uomo di potere», ha scritto la <i>Frankfurter Allgemeine Zeitung</i>, «il politico più importante della Democrazia cristiana, la cui figura ha diviso l&#8217;Italia. Per i suoi avversari è stato uno dei politici più corrotti del Paese, per i sostenitori l&#8217;uomo che ha salvato lo Stato dalla presa del potere dei comunisti. Gli amici lo descrivevano come un politico colto e riservato, diligente e discreto. La sua immagine ha oscillato fra quella del divo Giulio e di Belzebù».</p>
<p><strong>Sulla falsariga anche le biografie della</strong> <i>S</i><i>üddeutsche Zeitung </i>e della <i>Welt</i>, con il racconto della sua lunga e controversa carriera di uomo di governo e dei misteri d&#8217;Italia, dalla vicenda Pecorelli al caso Moro fino ai rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli, e la storia delle accuse di rapporti con la mafia siciliana sfociata nel processo a Palermo dopo la caduta della prima Repubblica e la fine del suo potere.</p>
<p><strong>Oltre alla dimenticanza della vicenda legata alla riunificazione,</strong> è mancata nella stampa tedesca un&#8217;adeguata ricostruzione dei rapporti fra Germania e Italia che possono leggersi anche attraverso lo stretto legame fra i due partiti democristiani (Cdu e Dc) che hanno costituito i pilastri della rinascita democratica dopo il nazifascismo e la seconda guerra mondiale: a dispetto dei 51 governi della prima Repubblica italiana e dei 16 della Bunderepublik nello stesso arco temporale, la storia democristiana tedesca dei 40 anni successivi alla guerra deve essere raccontata attraverso i nomi di Konrad Adenauer, Ludwig Ehrard, Kurt Georg Kiesinger ed Helmut Kohl. Per quella italiana potrebbe anche bastare il solo nome di Giulio Andreotti.</p>
<p><strong>L&#8217;unico sforzo di originalità lo ha compiuto l&#8217;<i>Handelsblatt </i></strong>che ha inquadrato la morte di Andreotti negli sviluppi politici italiani attuali: «Il sistema della prima Repubblica basato sui compromessi politici sembrava essere stato definitivamente superato dopo lo scandalo di Mani Pulite lasciando spazio a una contrapposizione bipolare fra destra e sinistra», ha osservato il quotidiano economico, «ma la cosiddetta seconda Repubblica non ha funzionato e il governo Monti prima, quello Letta oggi si sono basati sull&#8217;unione delle componenti più moderate e sull&#8217;esclusione di quelle più estreme. Così, proprio nel momento della sua morte, il sistema andreottiano sembra tornare in vita. La speranza è che il nuovo premier Letta abbia trovato almeno un compromesso reale e durevole, perchè un completo ritorno del modello Andreotti sarebbe devastante per l&#8217;Italia».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>TYMOSHENKO &#8211; IL PUNTO</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 15:26:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Grazioli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[Victor Yanukovich]]></category>
		<category><![CDATA[Yulia Tymoshenko]]></category>
		<category><![CDATA[Yuri Lutsenko]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la sentenza di Strasburgo, che ha ritenuto illegittimo e arbitrario il suo arresto durante il processo del 2011 conclusosi con la condanna a 7 anni di prigione, Yulia Tymoshenko ha dichiarato che “la Corte europea dei diritti dell&#8217;Uomo mi ha di fatto riconosciuta come una prigioniera politica”. La figlia Evgenia ha subito chiesto che &#8230;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=esreport.wordpress.com&#038;blog=9041381&#038;post=5512&#038;subd=esreport&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo la sentenza di Strasburgo, </strong>che ha ritenuto illegittimo e arbitrario il suo arresto durante il processo del 2011 conclusosi con la condanna a 7 anni di prigione, Yulia Tymoshenko ha dichiarato che “la Corte europea dei diritti dell&#8217;Uomo mi ha di fatto riconosciuta come una prigioniera politica”.</p>
<p><strong>La figlia Evgenia ha subito chiesto che il presidente Victor Yanukovich dalla Bankova</strong> prenda atto della situazione e conceda la grazia, come ha appena fatto per l’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko, scarcerato qualche settimana fa. Le cose non sono però così semplici.</p>
<p><strong>I fatti. Strasburgo ha giudicato illegittimo l’arresto del 5 agosto 2011</strong> a processo in corso, sostenendo che la carcerazione preventiva dell&#8217;ex premier è stata arbitraria perché ordinata per un periodo indeterminato. Secondo la Corte, Yulia Tymoshenko, non contravvenendo alle norme di controllo giudiziario che le erano state imposte, non avrebbe dovuto finire dietro le sbarre. Inoltre non ha avuto la possibilità di fare ricorso in sede legale contro la detenzione. L’arresto era stato motivato dalle autorità di Kiev con l&#8217;accusa che l’imputata stava ostacolando i procedimenti, tenendo un comportamento poco rispettoso nei confronti dei giudici nazionali. Su questo punto i giudici europei sono stati chiari.</p>
<p><strong>Meno lampante è invece la ragione politica dell’incarcerazione</strong>. Tymoshenko rivolgendosi a Strasburgo ha addotto come motivazione dell’arresto la volontà di Victor Yanukovich di escluderla dall’agone politico in vista delle elezioni legislative del 2012. La Corte non ha appoggiato questa posizione, respingendo il link suggerito dall’ex premier tra violazione dei diritti umani e democrazia attiva e non individuando nella motivazione della detenzione l’obiettivo di evitare la partecipazione dell’eroina della rivoluzione arancione alle successive competizioni elettorali.</p>
<p><strong>C’è ancora da rilevare che il nocciolo del problema</strong>, cioè lo svolgimento vero e proprio del procedimento giudiziario relativo ai contratti del gas firmati tra Ucraina e Russia nel 2009 e soprattutto la condanna per abuso di potere, non è stato preso in considerazione dai giudici europei. La Corte non ha ritenuto opportuno associare a questo caso (nr. 49872/11, sollevato il 10 agosto 2011) i reclami successivi fatti da Yulia Tymoshenko durante processo e detenzione, che devono essere ancora esaminati a Strasburgo in un altro fascicolo e per il quale non è stato ancora fissato un calendario (nr. 65656/12).</p>
<p><strong>La sentenza di mercoledì </strong>ha stabilito anche che le autorità ucraine non hanno sottoposto Yulia Tymoshenko ad alcun trattamento inumano e degradante. In particolare, secondo i giudici le autorità hanno fatto enormi sforzi per assicurare all&#8217;ex premier tutte le cure mediche di cui aveva bisogno. La Corte ha anche stabilito che l’ex premier non ha dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, di essere stata sottoposta a maltrattamenti durante il suo primo trasferimento dal carcere all&#8217;ospedale il 20 aprile 2012. La questione non è secondaria visto che da quest’episodio, con tanto di fotografie e lividi che hanno fatto il giro del mondo, è partita la campagna che tra maggio e giugno dello scorso anno ha portato al boicottaggio diplomatico contro l’Ucraina durante i Campionati europei di calcio, poi trasformatosi in una farsa.</p>
<p><strong>Riassumendo. L’autodefinizione di Yulia Tymoshenko come prigioniera politica è propagandistica </strong>e serve più che altro a riportare l’attenzione su un caso che sta scardinando i rapporti tra Unione Europea e Ucraina. Bruxelles ha chiesto entro maggio passi concreti nel campo della giustizia selettiva per arrivare a firmare l’Accordo di associazione con Kiev a novembre.</p>
<p><strong>Dopo la liberazione di Lutsenko l’Europa vuole quella della Tymoshenko</strong>. Il problema è che l’ex premier ha due processi in corso, uno per evasione fiscale, l’altro per il presunto coinvolgimento nell’omicidio di un deputato. Yanukovich ha detto che un’eventuale grazia potrebbe arrivare comunque solo a bocce ferme.</p>
<p><strong>Le parole del presidente ucraino paiono più di circostanza</strong> che legate a una possibile soluzione concreta. Difficile quindi che la sentenza di Strasburgo smuova qualcosa alla Bankova.</p>
<p>(<a href="http://temi.repubblica.it/limes/buone-notizie-per-yulia-tymoshenko-o-forse-no/46143" target="_blank">Limes</a>)</p>
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